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	<title>Lino Mollo &#187; Lettere</title>
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		<title>L&#8217;osteria da Pozzo di Toni Capuozzo</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jan 2009 10:29:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa succede quando muore una bottega ? Forse nulla, o nulla in confronto alla scomparsa di una persona. Sono sempre stato tentato, davanti alla sempre uguale litania – necessaria e giusta, ma quanto impotente e ripetitiva – dopo una morte sul lavoro, di aspettare un po’. In fabbrica, o nel cantiere, la vittima sarà inevitabilmente sostituita. Ma in una casa, in una comunità, in un paese, resterà per sempre un vuoto, un’assenza, uno spazio di parole, di gesti, di abitudini, di amore non colmabile: ognuno di noi è irripetibile, nel suo piccolo. Allora è quasi un lusso rimpiangere quattro mura, un’insegna, qualche persona dietro un bancone, e qualche altra seduta ai tavoli. Ma voglio condividere con voi questo lusso melanconico. Nel piazzale di periferia in cui sono cresciuto sta per chiudere, forse, una vecchia osteria. Il malridotto edificio che la ospita, al pianterreno, è stato veduto, e chi l’ha comprata, con buon diritto, vuole destinarla ad altro. L’osteria si nota a malapena, per chi passi frettolosamente, e specie in automobile, diretto verso il centro della cittadina o allontanandosene. L’insegna è una insegna luminosa sbiadita: “Pozzo”. Sotto, a caratteri vecchi ma non antichi, c’è scritto “Vini, liquori, alimentari”. Il locale ha una vetrata che porta a una saletta laterale, una vetrina poco utilizzata e una porta a vetri che è il vero ingresso. Dentro, tutto è rimasto uguale, da decenni. Mentre tutti gli altri si affannavano a rinnovare i locali, a investire in banconi di vetro, plastica e acciaio, da Pozzo tutto è rimasto uguale. Ci andavo da bambino, a prendere l’olio per mia madre, con la bottiglia in mano (si produceva meno immondizia, allora, compravi l’olio a mezzo litro alla volta, e sempre con la stessa bottiglia), e restavo ogni volta affascinato da quei cilindri che sotto la spinta della pompa lasciavano intravvedere un fantastico movimento di bollicine. Ecco: non c’è più quel distributore di olio, e non ci sono più i cassettoni della pasta, che veniva venduta anch’essa a peso – gli spaghetti lunghissimi venivano spezzati a metà, e ogni tanto veniva messo in vendita quel che restava sul fondo dei cassettoni, una specie di pasta rinfusa che faceva la sua bella figura nelle minestre – ma per il resto è quasi tutto uguale: i banconi di marmo, la bilancia, l’affettatrice rossa e lucente. E’ cambiata ovviamente la merce: non ci sono più le grandi latte di tonno e di sardine, tutto si è come miniaturizzato, per famiglie più piccole, imballaggi che sanno un po’ di solitudine, o di diete minuziose. Sono cambiate le persone. Il mio oste si chiamava Giordano, era allegro e burbero. Piccolo di statura, indossava sempre un grembiule nero, serviva ai tavoli il prosciutto praga e il gorgonzola come se l’avesse appena fatto lui, con una soddisfazione orgogliosa che annunciava il piacere del cliente. In quell’osteria mi sono sentito grande per la prima volta, quando Giordano a mezzanotte abbassò la saracinesca e mi imbandì gratis la tavola, pur di parlare con me di suo figlio, che portava i capelli lunghi come i miei, e non voleva parlarne. In quell’osteria ho visto sfilare le generazioni del mio piazzale, e ho in mente una galleria di tipi che sembra uscita da qualche romanzo di Steinbeck, o di Faulkner, in certe ore e anni più duri. E’ stato un piccolo mondo che è rimasto fermo, quando in mezzo tutto cambiava: era un piazzale di scaricatori del mercato ortofrutticolo e di immigrati meridionali, adesso è lambito dall’immigrazione africana, e quello che noi chiamavamo il grattacielo ha l’aspetto di una modernità lisa, come la residenza per anziani che ospita al primo piano. Quando ho nostalgia di quel mondo scomparso, vado da Pozzo come per un rito solitario. Non c’è più Giordano, e da più di vent’anni dietro il bancone ci sono tre sorelle gentili – Gianna, Luigina, Armanda, e la loro cognata Loredana- ma il prosciutto e quello che qui chiamiamo “formaggio verde” sono rimasti gli stessi. Gli avventori sono invecchiati con il locale, e sono –siamo- un po’ fuori dal tempo anche loro. Altrove sono sorte nuove osterie, e c’è perfino un comitato che le difende. Ma sono, in genere, imitazioni. Come i basti dei buoi e le ruote dei carri negli agritur: quando il mondo contadino cita se stesso, vuol dire che è finito. Se chiuderà, Pozzo, che fine faranno quegli scaffali, e quel mobile frigorifero che campeggia come un altare nella saletta ? Quando me lo sono chiesto, ho scrollato le spalle, è come quando mi chiedo che fine faranno, dopo di me, tanti ricordi inutili, tanti oggetti che hanno un significato solo per me, dopo di me. C’è una sola cosa che vorrei fosse conservata, dell’osteria Pozzo. Il gradino di ingresso, in pietra. Ha una curva insolita, sembra una piccola “u” scolpita da tanti passi, fieri o incerti, allegri o pensierosi. Tante scarpe sobrie o ubriache hanno varcato quella soglia, fino a lasciare una specie di impronta collettiva, lucidando e consumando la pietra. Tanti passi perduti, di gente che non c’è più, ma ha lasciato una traccia indelebile di sé. Ne avessi l’autorità, in mezzo a tanti monumenti inutili, salverei quel gradino, lo piazzerei in mezzo all’inevitabile rotonda che ha cambiato la geografia del piazzale, come un cippo di memoria minore. Nessun taglio di nastro, solo un brindisi a tutto quello che scompare.</p>
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		<title>Ultima Lettera dalla Collina di Toni Capuozzo</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Jan 2009 10:38:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;altra sera tornavamo, stanchi, dalla collina verso l&#8217;albergo di Ashqelon. Lavoro finito, e il silenzio, tra me e Garo, di chi deve decidere se ha più fame o sonno. A un tratto ho visto in mezzo alla strada una macchia bianca. Non andavamo veloci, perchè Garo, il mio operatore armeno non guida veloce, e l&#8217;auto è grossa e pesante, carica di attrezzature. Ma non c&#8217;è stato il tempo di pensare, solo di registrare, velocemente, che la macchia era un gabbiano, e all&#8217;ultimo momento che era un gabbiano vivo, immobile. Troppo tardi per sterzare, il tempo di un&#8217;imprecazione, e gli siamo passati sopra. Era chiaro che Garo stava ancora peggio di me. Per tutta la strada non ha fatto altro che parlare di questo . Mi ha raccontatto di quella volta che stava girando delle immagini in campagna, un contadino seguito da un asinello e a un tratto l&#8217;asinello aveva dato una scarto e aveva attraversato la strada proprio mentre passava un&#8217;auto. Era stato urtato malamente, e aveva arrancato di nuovo, ragliando di dolore, sul sentiero, lontano dall&#8217;asfalto. Il contadino non si era neppure girato a guardarlo. “Credo temesse che quello dell&#8217;auto tornasse indietro, a chiedergli i danni”, mi ha detto Garo, e così faceva finta che l&#8217;asinello non lo riguardasse. Garo era andato a dormire soffrendo all&#8217;idea di quell&#8217;asinello senza veterinario, senza parole, senza medicine, senza lo sguardo del padrone. Gli ho raccontato di quella volta che a Ostia ho trovato un gabbiano con un filo da pesca che gli penzolava dal becco, e di come lo portai in una clinica veterinaria, dove non sapevano cosa fare, perchè al massimo avevano esperienza di pappagallini. Gli avevano fatto un&#8217;iniezione per alimentarlo – era indebolito da un digiuno lungo e forzato- e il mattino dopo ero tornato a prenderlo e in una scatola di cartone lo avevo portato alla Lipu. Poi avevo telefonato per sapere qualcosa, e mi avevano risposto che dalla radiografia risultava che l&#8217;amo era incagliato nello stomaco, in profondità, e che l&#8217;unica speranza era che lo espellesse da solo. Non ho più telefonato, ho raccontato a Garo, per nona vere brutte notizie e perchè nonostante tutto nona evo fatto a tempo ad affezionarmi al gabbiano, che continuava a sfondare il coperchio della scatola di cartone con il suo becco temibile, e facevo fatica a guidare con una mano sola. “Era un gabbiano senza nome, Garo, e i gabbiani sono una specie forte e colonizzatrice, popolano campi e discariche, ormai”. Non credo che quei racconti servissero a molto, e in silenzio abbiamo deciso di aver più sonno che fame.<br />
Se uno sta male a investire un gabbiano, cosa gli succede se uccide un innocente ? Mi sono sempre chiesto in questi giorni, quale sforzo debbano fare non i guerrieri di Hamas, che coltivano la morte, ma i soldati di Tsahal, che vogliono vivere. Ed è per questo che spero finisca presto, anche. Perchè se uno moltiplica le vittime civili, e i loro parenti sopravvissuti, e i feriti e le ferite che si porteranno dentro, e i loro parenti, e quelli che sopravviveranno ma non dimenticheranno quello che hanno visto, c&#8217;è da aver paura. E se uno pensa a chi ha ucciso per sbaglio, fosse pure per evitare di venire ucciso, o per spezzare l&#8217;incubo dei missili sulla testa della tua gente, è facile capire che le cicatrici lasceranno un segno. Non l&#8217;abitudine, non l&#8217;indurimento, questo non lo credo. Ma un segno lo lasceranno, e non è un bel segno. Per questo spero che si passi presto a combattere, visto che non c&#8217;è il cessate il fuoco, con le armi corte, e perfino con i coltelli, se serve. A tu per tu, nel modo intimo che l&#8217;odio e la vendetta meritano, guardandosi negli occhi. Perchè guai per Israele, se accettasse che ci sono prezzi che si possono pagare, che bisogna rassegnarsi a pagare. E guai se non ci si fermasse sulla soglia di tanti cuori palestinesi, se non gli si desse modo di pensare, di ripensare, di ribellarsi alla follia di Hamas, se non ci fosse, rapida , la capacità di azzerare la minaccia e tirarsi fuori e lasciare Gaza davanti al suo specchio infranto, a regolare i conti con se stessa. Cercando un pertugio, uno spioncino nella rete, il giorno dopo, in una stradina di campagna in vista di Rafah, mi sono imbattuto in una storia che avrebbe fatto felice un buonista, ma nell&#8217;auto c&#8217;eravamo solo io e Garo. Un furgoncino ci ha affiancati, e dal finestrino un ragazzo ci ha chiesto, in israeliano, se davvero eravamo della televisione. Riconoscendo l&#8217;accento, Garo gli ha risposto in arabo. E l&#8217;altro ha detto che voleva mostrarci come lui e i suoi amici vivessero in pace con gli israeliani, lì vicino. L&#8217;abbiamo seguito, attraverso i campi di un&#8217;azienda agricola enorme, distese di pomodori a perdita d&#8217;occhio, e dopo le nuvole di fumo sopra Rafah. Ci ha portati in un cortile vasto, ai bordi di un capannone dove i rumori degli attrezzi dei meccanici spezzavano la nenia di una radio che diffondeva una preghiera islamica. Erano una ventina di operai, arabi e israeliani. Tutti amici, e non solo davanti alla telecamera capitata lì per caso. Il ragazzo che ci aveva portato ha la madre di Gaza, e uno zio che vive ancora lì, grazie a Dio ancora indenne, ha aggiunto. Gli abbiamo chiesto dei Qassam, delle vittime civili, di Hamas. Avevano risposte laconiche e uguali, gli uni e gli altri. “Sì, ne parliamo tra di noi, e pensiamo che questa storia fa male a tutti”, ha detto un israeliano. Il ragazzo arabo, che ha continuato a essere il più esuberante di tutti è arrivato a dire che Hamas non è araba, in un&#8217;affermazione di orgoglio, ma non risparmiava le critiche a Israele: “Vuole uccidere Hamas ? Ha ragione , fa bene. Però non deve pensare che siamo tutti di Hamas, non deve uccidere gli altri”. Non era quei dibattiti formali, con convenevoli e liti già scritte. Erano operai che facevano rimpiangere la lotta di classe, al tempo delle guerre di religione. Quando siamo tornati verso la strada asfaltata, avevamo la sensazione di esserci imbattuti in un&#8217;oasi rustica. “Mi sembra una Nevè Shalom operaia”, ho detto io, ricordando quel villaggio dove ebrei, musulmani, cristiani vivono insieme, e che non ho mai visitato. “Quelli sono hippie che hanno l&#8217;età nostra”, ha detto Garo. “Sai cosa dice mio figlio giovane ? Che tutti i pazzi di tutte le religioni vanno ad abitare lì”. “Bè, sono pazzi ma almeno non fanno la guerra”. “Toni – mi ha detto Garo- uno come te non ci resterebbe neanche un giorno, lì. Sai perchè ? Perchè non hai la coda di cavallo, sei poco credibile come vecchio pacifista”. Abbiamo riso, anche per mascherare l&#8217;imbarazzo di quell&#8217;oasi operaia così difficilmente catalogabile, vicino ai rumori della guerra. “Ma ci sarà gente così anche a Gaza, no ?”. “Sì ma non li intervistano, o se li intervistano dicono altre cose. Poi, sotto le bombe è difficile andare per il sottile”. Insomma, abbiamo lasciato quell&#8217;angolo di campagna come fuori dal mondo, anche se i cappelli di paglia coloratissimi di un gruppo di donne che raccoglievano i pomodori ci ha fatto rallentare, e abbiamo chiesto da dove venissero. Thailandesi, ci ha risposto il caposquadra. Non è neanche questione di proletariato, allora, perchè i proletari lì, non erano più né gli israeliani né gli arabi. Siamo stati zitti, anche quando abbiamo incrociato una lunga fila di motociclisti con i giubbotti di cuoio, i chopper, e le bandiere israeliane al vento. “Garo, sotto i caschi hanno le code di cavallo pure quelli”, ho detto io. “E anche tu, se non avessi i capelli ricci, potresti fartela, la coda, forse siamo un po&#8217; fuori dal tempo”. Garo è stato zitto, ma capivo che stava pensando come dirmi qualcosa. Era di nuovo buio quando me l&#8217;ha detto: “Stanotte ho sognato il gabbiano. E&#8217; venuto a dirmi che era colpa sua, così fermo in mezzo alla strada, che io non avevo colpa”. “Sai – gli ho risposto- non mi era mai capitato di vedere un gabbiano così, fermo sull&#8217;asfalto. Corvi, magari, a cercare qualche resto di ricci, sì. Ma gabbiani mai. Forse era intontito dalle esplosioni”. Abbiamo rallentato, prima del punto dell&#8217;investimento. Non c&#8217;erano tracce. “Garo, forse è sopravvissuto”. “No, te l&#8217;ho detto che l&#8217;ho sognato. Quel che restava, se lo sono portato via le volpi”.</p>
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		<title>Lettera dalle colline 4 di Toni Capuozzo</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Jan 2009 10:20:02 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Che la quarta settimana di guerra sarebbe stata differente, lo si è capito nel week end. La stazione di servizio che è il retrovia di tutto quanto si è riempita di parenti in visita al fronte. E una buona parte erano parenti di riservisti. Hanno fatto dei pic nic sui tavolini all’ aperto, perché c’era il sole e i posti all’interno erano tutti occupati dalla solita clientela di giornalisti, producer, abitanti dei dintorni. E anche perché erano, quei gruppi familiari, gli unici disinteressati alle notizie che la televisione snocciolava, all’interno. Volevano stare per conto loro, attorno a grandi contenitori di plastica con il cibo portato da casa. C’erano madri, padri, sorelle, fratelli, figli, fidanzate, fidanzati. E da come si sono salutati si capiva che era giunto il momento dei riservisti.. Ho cercato di rimanere freddo, e di pensare che qualcuno di quegli uomini andava a macchiarsi di qualche morte di civile, e che non vuol dire nulla se hanno volti per bene e buone maniere, anche i nazisti stavano ad ascoltare musica classica accarezzando un cane lupo. In realtà li conosco abbastanza per sapere che faranno di tutto per evitare morti civili, anche se in guerra poi comanda la paura, l’incertezza, la fretta. E rimane, pur nell’orrore che noi anestetizziamo quando parliamo di “danni collaterali”, una bella differenza tra il colpo sbagliato da un carro, da un elicottero, da un aereo, e il colpo sparato a vista, deliberatamente, alla morte del civile come obbiettivo, come succede per i terroristi suicidi, o per i Qassam. Una cosa è chiara, nei mozziconi di parole che scambiamo: che vanno al fronte per difendere le loro vite, e quelle di chi gli è caro. Messi tutti insieme, quei mozziconi di parole dicono che Israele non si fermerà fino a quando la capacità di lancio dei Qassam non sarà azzerata, e fino a quando la capacità di rifornirne gli arsenali non sarà distrutta. Sono obbiettivi chiari, ed elementari. Il bilancio che noi facciamo è innanzitutto il bilancio delle vittime. Il bilancio che Israele sta facendo è un altro: oggi, martedì, a metà giornata i missili caduti su Israele sono 6. Non so quale sarà il bilancio a fine giornata, ma il numero dei missili, tre settimane fa, era di 50/60 al giorno. Ed erano lanci più precisi. Hamas li lancia di giorno, perché di notte sarebbero più facilmente individuate le postazioni di lancio, e perché di giorno è più facile colpire i passanti israeliani. Ma adesso ha dovuto arretrare le proprie postazioni, e cambiarle. Spara – l’ho visto con i miei occhi- da zone abitate, e cambiando postazioni ogni volta. Ciò vuol dire che deve cambiare ogni volta le coordinate di lancio, rinunciando al know how consolidato da correzioni che aveva accumulato prima del conflitto. E deve farlo in fretta: si calcola che adesso i lanci vengano effettuati in 91 secondi, e poi, via, corrono al riparo: l’imprecisione è massima. Quanto agli arsenali, sono molti i tunnel bombardati, ma ne restano decine e decine. Da quando gli israeliani hanno abbandonato la Striscia – nessuno lo ricorda, ma è successo, no ?- quella dei tunnel è diventata una vera industria. C’è chi ne ha scavati gestendoli come si gestisce un ponte privato: ogni kalashnikov passato costava 5 dollari, ogni stecca di sigarette tot dollari, ogni gallone di benzina tot dollari (l’unico prezzo che mi ricordo, nelle fluttuazioni di mercato era quello dei kalashnikov, appunto). C’è chi si è rifatto dell’investimento in pochi giorni, chi è diventato ricco e poi ha dovuto pagare tasse ad Hamas, chi si è specializzato in certi articoli, chi ha venduto il tunnel a qualche fazione combattente, e chi se ne è visto espropriare dal più forte. E le armi da dove venivano ? Dall’Iran, attraverso le rotte dei beduini. E i funzionari, e le frontiere ? I soldi comprano tutto. A proposito di frontiere, e di ipocrisia delle guerre: in questo conflitto senza profughi, poco rilievo al fatto che l’Egitto non ha aperto la sua frontiera alla popolazione di Rafah. A proposito di ipocrisia delle guerre: nessuno ha raccontato che due terzi dei coloni che dovettero abbandonare i settlements della Striscia – sì, se ne andarono, torno a ricordarlo- non hanno ancora ricevuto una sistemazione abitativa, in Israele. Se ne andarono spesso distruggendo quel che si lasciavano alle spalle, perché non ne godesse più nessun altro. Mi è tornato in mente quando ho sentito di case, nella Striscia, abbandonate dagli abitanti in fuga, con il rubinetto del gas aperto, perché i soldati di Tsahal esplodessero, entrandovi. Ma credo fossero i miliziani di Hamas ad averlo fatto, perché gli abitanti se ne vanno sperando di tornare, diversamente dai coloni. La domenica è stata animata, a Sderot, dall’arrivo di uno strano cronista. Vi ricordate Joe the Plumber, l’idraulico che animò per un po’ le presidenziali americane ? E’ arrivato qui, da inviato di un network dell’Ohio. Non si è smentito: ha visitato i luoghi colpiti da Qassam, ha assistito a qualche allarme (io ci sono abituato, quello cui non riesco ad abituarmi, nonostante pensi continuamente a Gaza, è che gli alunni di Sderot, diversamente da quelli di Ashqelon ed altri, sono recordman della corsa nei rifugi: loro hanno fatto l’abitudine, sono bravissimi) e ha rimproverato la stampa internazionale di non capire nulla, di fare propaganda, di castigare il diritto all’autodifesa. In Israele c’è un bel dibattito, le Israel Defence Forces sono al terzo posto su You Tube, nel mondo, per clic sui loro filmati, Amira Has racconta le sofferenze dei palestinesi, la designazione di un corrispondente di guerra di Al Jazeera come “eroe” personale di Gydeon Levi ha suscitato reazioni. Da quel che riesco a vedere io, Al Jazeera si trova la propaganda servita sul vassoio d’argento, e più in là non sa e non vuole andare. Ma può darsi che invece abbia dato notizia, e a me sia sfuggito, dei volantini distribuiti a Ramallah in cui si denuncia l’esecuzione sommaria di membri di Al Fatah nella Striscia in questi giorni, come della richiesta di un dirigente palestinese di processare Hamas per “crimini di guerra”. Credo ch ei riservisti andranno a presidiare quella linea che dal confine porta a Netzarim, ex settlement, e al mare, che taglia la Striscia in due e impedisce il rifornimento degli arsenali. Impiegarli significa che ci sarà anche una quarta settimana. Perché sono professioni, posti di lavoro che restano vuoti, e il loro impiego significa che il paese, pure in misura minima, è entrato in guerra. Avrebbero potuto finire il lavoro con la grossolanità dell’aviazione, degli elicotteri, dei thanks. Avrebbero potuto fare il lavoro sporco come fecero i libanesi attorno al campo profughi palestinese, o i siriani per reprimere un complotto sannita fondamentalista in una loro provincia. Se ci mettono i riservisti è per tentare di fare le cose con minuzia, senza fretta. Con la consapevolezza di un paese democratico: lo sanno tutti che i riservisti sono i primi a denunciare qualcosa che non va, a raccontare ai reporter, a fare foto e filmini. Molte cose non sono andate, finora. D’ora in poi sapremo meglio, se, quali e come. Quando, nel piazzale della stazione di servizio, hanno salutato le famiglie sono stati saluti sobri, senza lacrime. Ma la cura che le donne mettevano nel confezionare quel che era avanzato, del pasticcio o del dolce, perché venisse portato al fronte, diceva tutto.</p>
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		<title>Lettera dalla Collina 3 di Toni Capuozzo</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 19:21:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo il quarto o quinto posto di blocco abbiamo trovato una strada che piegava a destra, e dunque verso Gaza, libera. E l’abbiamo presa, come fossimo due turisti attirati dal cartello giallo che prometteva qualche curiosità archeologica o naturalistica, questo non era chiaro. Dopo duecento metri ci hanno fermato, e siamo tornati indietro, con la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo il quarto o quinto posto di blocco abbiamo trovato una strada che piegava a destra, e dunque verso Gaza, libera. E l’abbiamo presa, come fossimo due turisti attirati dal cartello giallo che prometteva qualche curiosità archeologica o naturalistica, questo non era chiaro. Dopo duecento metri ci hanno fermato, e siamo tornati indietro, con la consolazione che a farci fare dietrofront era stato un giovane soldato che, quando ha visto il tesserino stampa, ha sorriso chiedendo se fossimo di Canale 5. Famiglia italiana, di Ferrara, ma ormai pochissime parole di italiano. Gli ho citato il “Giardino dei Finzi Contini”, ma non sono sicuro abbia capito. Siamo tornati indietro e mentre pensavo che mancano meno di tre settimane alla Giornata della memoria, e mi chiedevo che giornata sarà, ho visto un gruppo di soldati che faceva capannello intorno a un tavolino, all’aperto. Siamo scesi dall’auto, con la telecamera, e nessuno ha chiesto di non essere ripreso. Dietro al tavolino c’era un civile con un po’ di arnesi sparsi in mezzo a un mucchio di scatole di cartone. Era il tecnico di una compagnia di telefonini israeliana, che ha mandato un piccolo laboratorio ambulante lungo la frontiera, a riparare i telefonini guasti e a regalarne di nuovi, quando non si possono aggiustare. Il risultato era che nel prato lì attorno gironzolavano una decina di soldati che finalmente chiamavano casa, genitori o figli, ragazze o amici, in un brusio incomprensibile e felice. Approfittando dell’occasione, mi sono messo accanto al tecnico, dalla sua parte del tavolino, e ho chiesto se qualcuno potesse spiegare in due parole, a un’opinione pubblica internazionale confusa e divisa, perché erano lì. Mi hanno guardato tutti, ma solo uno ha detto, scusandosi, che non avevano voglia di rispondere. Non è diffidenza, e neanche indifferenza. E’ solo che sono convinti di non essere capiti. So già quello che mi avrebbero detto: che faresti se una parte del tuo paese finisse sotto i missili un giorno sì e l’altro pure ? So già che se gli avessi chiesto del cessate il fuoco rigettato mi avrebbero risposto che non vogliono tornare al punto di partenza. So anche quello che mi avrebbero risposto se gli avessi detto delle vittime civili: è Hamas che se ne fa scudo. Ma non mi hanno detto nulla, e sono rimasto lì a guardare loro e i telefonini, mentre dalla skyline di Gaza City si alzava una nuvola densa di fumo nero.<br />
Non sono un fanatico dell’equidistanza – non metterei mai sullo stesso piano Israele, che vuole la cessazione del lancio dei Qassam, e Hamas, che vuole la cancellazione di Israele – ma la distanza mi piace. So come funzionano le agenzie delle Nazioni Unite, da queste parti, e come facciano ormai parte della società civile palestinese, con le loro migliaia di impiegati locali e i funzionari che si sono umanamente assimilati. So come funziona il giornalismo palestinese – non hanno un’ Amira Hass, è un lusso ebraico, la sua indipendenza – e so come funziona la propaganda dell’orrore, ho visto troppi corpi trascinati nei funerali come un trofeo impudico. Ma tutte le barriere che Israele ha posto al nostro lavoro di cronisti, con la ferma gentilezza di chi ti tiene distante, mi sembrano il monumento di una incomunicabilità, eretto da chi sa che non verrà protetto e salvato da noi – né dall’assedio che lo cinge, né dai suoi stessi errori, dalle sue stesse cadute- che dovrà fare da solo, nel proteggere i suoi cittadini. Nel farlo, Israele ha sicuramente messo nel conto l’ondata di proteste internazionali, il prezzo d’immagine da pagare. Probabilmente ha pensato che era il prezzo minore, altrimenti sarebbe continuato tutto come prima. Mi fa male, questa specie di autismo di Israele, perché rivela che ci dà per persi, e dunque si sente perduto, e deve fare da solo. Ma lo capisco, quando penso a come ce la caveremo, fra tre settimane, con la giornata della memoria, e le sue ipocrisie. Ma mi fa peggio che il prezzo pagato sia anche, per Israele, accettare una proporzione inaccettabile tra vittime civili e vittime combattenti. Perché questo, prima che la notizia di questo, rivela una disperazione solitaria. Ed è la distanza peggiore, tra noi accampati sulla collina, su cui adesso sono spuntate le tende ed è stato adottato un cucciolone nero che dorme nelle lunghe borse imbottite dove prima o poi verranno ripiegati i treppiedi, e loro, che non hanno voglia di parlare.</p>
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		<title>Lettera dalla Collina 2 di Toni Capuozzo</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Jan 2009 11:10:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho passato tutto il giorno al valico di Erez, quello che collega a nord la striscia di Gaza con Israele. Una lunga attesa, accompagnata dal ronzio dei droni, per guardare in faccia i duecento e più palestinesi cui è stato consentito di lasciare la striscia perchè in possesso di un passaporto straniero. Ad attenderli, mentre passavano la lunga trafila dei controlli, una teoria di pullman e molte macchine del corpo diplomatico. Palestinesi con passaporto canadese, o russo, o filippino, a seconda delle mogli sposate, delle università frequentate, delle piccole loro storie personali nel vortice grande della globalizzazione e in quello piccolo e tumultuoso della Striscia. Tra le prime sono uscite dall’edificio quattro suore. Né loro, né le famiglie che si sono succedute avevano l’aria esausta e disperata che un cronista è abituato ad aspettarsi in queste situazioni. Anzi, il fatto che avessero messo a loro disposizione dei carrelli per trasportare i bagagli contribuiva ad assegnar alla scena un sapore diverso, quasi un aeroporto di seconda categoria, non fosse stato per il fatto che ogni tanto, oltre il confine echeggiavano scambi di colpi d’arma da fuoco automatiche. Quasi nessuno ha voluto rilasciare dichiarazioni, come per un riguardo al paese che li lascia passare, o come per un timore che, alle loro spalle, qualcuno apprendesse del loro gettare la spugna: sono usciti in silenzio, senza applausi e senza fischi, senza sorrisi e senza pianti, solo qualche rapido cenno di saluto. Naturalmente, vista da questa collina, la guerra non è il genocidio dei cardinali dalle parole infedeli alla realtà, e neanche la limpida operazione chirurgica che altri vorrebbero: è la realtà possibile, che comprende i colpi che, durante la tregua di tre ore, avrebbero ucciso l’autista di un convoglio umanitario, e le facce che ho visto stanotte alla tivù israeliana: una casa di gaza con i militari israeliani, i civili seduti radunati al piano terra , ma non spaventati né sconvolti, e quasi sollevati dal fatto che se gli israeliani erano dentro, non sarebbero stati bersaglio di altro. O quei volti di donne in coda al mercato, durante la pausa, che sorridevano, sottraendosi all’obbiettivo. La guerra è molte cose insieme, che spesso mal si conciliano con ogni propaganda. E’ anche molte notizie insieme: i raid aerei nella notte contro i tunnel del contrabbando d’armi che non hanno fatto vittime, perché, prima, erano planati i volantini che invitavano la popolazione a lasciare l’area. O i dodici passanti feriti a Gaza, da un’incursione contro tre militanti della jhad, rimasti uccisi, che però secondo le stesse fonti palestinesi, si erano arroccati a fianco di un ospedale. O la notizia, poco appetibile per le propagande, dei morti per mano amica, tra i palestinesi. Nessuno ha dati certi ma dall’inizio dl conflitto vi sarebbero state tra le 40 e le 80 esecuzioni sommarie messe in atto dai miliziani di Hamas. Tra le vittime presunti collaborazionisti di Israele, militanti di Fatah, e “criminali comuni”. Questi ultimi comprendono sciacalli sorpresi a rubare nelle case abbandonate o speculatori sui prezzi dei generi alimentari, secondo l’inflessibile e atroce moralità dei fondamentalisti. Tra i militanti di Fatah, ha assicurato un membro di Hamas, c’erano solo quello che avevano espresso pubblicamente la loro gioia per l’intervento israeliano, arrivando a distribuire dolci ai vicini. Nei film chi esce da un assedio solleva le braccia al cielo, bacia il suolo, o maledisce e urla disperazione. Oggi a Erez i duecentocinquanta sono usciti con un’aria normale, di basso profilo. Ma quello che si lasciano alle spalle non è il film dei buoni e dei cattivi, semplice e con fine certo, che piace al pubblico.</p>
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		<title>Lettera dalla collina di Toni Capuozzo</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jan 2009 16:43:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vi allego una lettera scritta da Toni Capuozzo sugli avvenimenti di Gaza:
E’ difficile raccontare com’è una guerra vista da vicino, quando sei lontano. Le colline intorno a Gaza sono affollate da piccoli accampamenti di giornalisti, e tra l’erba alta emergono i trespoli delle telecamere e le sagome concave delle parabole. Tutte le strade di accesso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vi allego una lettera scritta da Toni Capuozzo sugli avvenimenti di Gaza:</p>
<p>E’ difficile raccontare com’è una guerra vista da vicino, quando sei lontano. Le colline intorno a Gaza sono affollate da piccoli accampamenti di giornalisti, e tra l’erba alta emergono i trespoli delle telecamere e le sagome concave delle parabole. Tutte le strade di accesso a Gaza sono sbarrate, ed è impossibile avvicinarsi alle postazioni di artiglieria annidate tra le colline. Sentiamo i colpi, potenti, e pochi secondi dopo lo sbuffo silenzioso tra le case di Gaza City: devi immaginare i rumori, le urla, l’odore. La guerra che facciamo noi è quella con la polizia che controlla gli accessi, è quella delle sirene d’allarme. Ieri stavamo mangiando un panino a Sderot, le sirene hanno suonato, il bar si è svuotato. Il cassiere è rimasto sorpreso quando sono andato a pagare, c’è un’abitudine fatalistica anche agli allarmi, e probabilmente si stava chiedendo quanti dei clienti sarebbero tornati indietro a fare il proprio dovere. Il missile è caduto a trecento metri, davanti a una fermata d’autobus deserta. Stamattina un altro è caduto a duecento metri dall’albergo, ad Ashkelon: siamo corsi, e abbiamo visto da vicino il terrore di due donne, illese. Il nostro riposo è una stazione di servizio, dove si mangia la sera, condivisa con i soldati israeliani che affollano il take away. Ragazzi, ragazze, riservisti con la pancia dei quarant’anni. I militari nostri vicini di tavola, ieri sera, dovevano essere drusi, per come parlavano fluentemente l’arabo con gli inservienti della cucina: una scena che da sola spiegava della guerra molto di più di tanti servizi ed editoriali. Le televisioni sono sempre accese, e ieri sera uno speciale ha ricordato i militari caduti: il filmato di quando il ragazzo biondo si era sposato, l’intervista alla giovane vedova, il pianto di un fratello, il dolore sobrio di un padre che ha combattuto troppo guerre, ed ha perso quest’ultima. Se conosci Israele, li capisci. Ma se conosci Gaza, sai che cosa sta succedendo. Ne conosco le strade, il mercato del pesce, i campi profughi, la moschea dove predicava Yassin, la casa di Rantissi, i campi sportivi delle parate, le sedi politiche: Gaza sembrava bombardata anche nei momenti migliori, è facile immaginare cosa sia adesso. Dai suoi bordi, o dai bordi di Israele, hai la sensazione di raccontare sempre la stessa storia. Mi ricordo in queste ore dei palestinesi che sparavano dal tetto della Basilica di Betlemme, usando il luogo della cristianità come scudo, ed esca invitante. Mi ricordo il rapimento della pattuglia ai confini del Libano, l’estate di tre anni fa, e la strage di Cana, e le tattiche Hezbollah: è facile fare resistenza quando anche i tuoi stessi morti sono una vittoria. I Qassam adesso, e allora ai missili di Hezbollah, sono solo un pretesto, un sovrappiù, facciano morti o non ne facciano, il segreto della vittoria amorale sta nella reazione che provocano, e nei guasti utilissimi che la reazione procura. Conosco anche l’Italia, che sussulta per Jabailja ma ignorò Srebrenica, e non si scompose per Milica Rakic la bambina di tre anni uccisa a Belgrado ( per non dire dei morti nella televisione di stato e dell’ambasciata cinese, e delle bombe a grappolo su Nis), e solo perché eravamo noi a bombardare – e un governo presieduto da D’Alema- , senza che nessuno lo avesse fatto prima contro di noi. E allora racconto quello che vedo senza speranza alcuna, ma anche senza abitudine. Perché mi pare che Israele non abbia appreso davvero la lezione del Libano, e questo mi sorprende. Mi sembra sia caduta in una trappola. Ad Hamas bastano una dozzina di missili al giorno per dimostrare che c’è, e il piombo dei Qassam non si fonde. Israele, in cambio, assesta colpi duri ma nel dedalo di Gaza è un gioco tremendo da ragazzi farsi scudo dei civili. La tregua, assaporata per tre ore al giorno, arriverà, ed è una corsa a raggiungere i propri obbiettivi, prima. Hamas può essere indebolita, ma non cancellata, l’unica sconfitta possibile è quella che può venire dal rifiuto della sua stessa popolazione. Allora, più che gli obbiettivi militari, Israele farebbe bene a lavorare alla propria imamgine, anche nella Striscia, e forse a lavorare su se stessa. Un’organizzazione non governativa israeliana i Physicians for human rights ha lanciato una raccolta di fondi per gli ospedali di Gaza. Servono 700mila dollari per tutto: gas medici, anestetici, guanti da chirurgo, cateteri, letti per rianimazione, ossigeno. Sono stai raccolti finora 100mila dollari, e principalmente tra gli arabi israeliani. Il governo dovrebbe mettere i 600mila che mancano, e dovrebbe spingere l’esercito ad aprire i propri ospedali da campo alle vittime civili, Non basta cercare di evitare i danni collaterali, e dichiarare orgogliosi la volontà di farlo, quando si sa che è impossibile. Occorre uno sforzo umanitario più grande che può non oscurare la legittimità dell’autodifesa – quanti nel mondo presero i Qassam come una minaccia, o almeno come un campanello d’allarme ? Convivesse pure Israele con le sue paure, come una colpa da pagare…- ma medicare la sua inevitabile prepotenza, davanti a un nemico che proprio questo cerca. Perché per un paese democratico e per una forza armata che non deroghi, neanche nei conflitti più brutali, ai principi morali su cui si fonda, la difesa dell’onore è anch’essa una difesa collettiva della sopravvivenza dei propri cittadini, minacciati dai danni collaterali quanto e più che dai Qassam. Meglio non ci siano guerre, ma se vi si è costretti, mai assomigliare al nemico, specie se quella è la trappola cui il nemico ti invita. Quando l’orrore ti contagia, ad Abu Ghraib come in un villaggio afghano, a Guantanamo come a Jabaylia, conta poco che per la ragione quell’orrore sia un errore, una vergogna da giustificare o dimenticare, mentre invece per il nemico il proprio orrore, l’attentato suicida o l’esecuzione di un ostaggio, sia da esibire compiaciuto. Il risultato è che il terrorismo vince, quando ti obbliga a giocare sul suo terreno, usando i bambini come un nascondino innocente e tremendo.</p>
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