Che cosa succede quando muore una bottega ? Forse nulla, o nulla in confronto alla scomparsa di una persona. Sono sempre stato tentato, davanti alla sempre uguale litania – necessaria e giusta, ma quanto impotente e ripetitiva – dopo una morte sul lavoro, di aspettare un po’. In fabbrica, o nel cantiere, la vittima sarà inevitabilmente sostituita. Ma in una casa, in una comunità, in un paese, resterà per sempre un vuoto, un’assenza, uno spazio di parole, di gesti, di abitudini, di amore non colmabile: ognuno di noi è irripetibile, nel suo piccolo. Allora è quasi un lusso rimpiangere quattro mura, un’insegna, qualche persona dietro un bancone, e qualche altra seduta ai tavoli. Ma voglio condividere con voi questo lusso melanconico. Nel piazzale di periferia in cui sono cresciuto sta per chiudere, forse, una vecchia osteria. Il malridotto edificio che la ospita, al pianterreno, è stato veduto, e chi l’ha comprata, con buon diritto, vuole destinarla ad altro. L’osteria si nota a malapena, per chi passi frettolosamente, e specie in automobile, diretto verso il centro della cittadina o allontanandosene. L’insegna è una insegna luminosa sbiadita: “Pozzo”. Sotto, a caratteri vecchi ma non antichi, c’è scritto “Vini, liquori, alimentari”. Il locale ha una vetrata che porta a una saletta laterale, una vetrina poco utilizzata e una porta a vetri che è il vero ingresso. Dentro, tutto è rimasto uguale, da decenni. Mentre tutti gli altri si affannavano a rinnovare i locali, a investire in banconi di vetro, plastica e acciaio, da Pozzo tutto è rimasto uguale. Ci andavo da bambino, a prendere l’olio per mia madre, con la bottiglia in mano (si produceva meno immondizia, allora, compravi l’olio a mezzo litro alla volta, e sempre con la stessa bottiglia), e restavo ogni volta affascinato da quei cilindri che sotto la spinta della pompa lasciavano intravvedere un fantastico movimento di bollicine. Ecco: non c’è più quel distributore di olio, e non ci sono più i cassettoni della pasta, che veniva venduta anch’essa a peso – gli spaghetti lunghissimi venivano spezzati a metà, e ogni tanto veniva messo in vendita quel che restava sul fondo dei cassettoni, una specie di pasta rinfusa che faceva la sua bella figura nelle minestre – ma per il resto è quasi tutto uguale: i banconi di marmo, la bilancia, l’affettatrice rossa e lucente. E’ cambiata ovviamente la merce: non ci sono più le grandi latte di tonno e di sardine, tutto si è come miniaturizzato, per famiglie più piccole, imballaggi che sanno un po’ di solitudine, o di diete minuziose. Sono cambiate le persone. Il mio oste si chiamava Giordano, era allegro e burbero. Piccolo di statura, indossava sempre un grembiule nero, serviva ai tavoli il prosciutto praga e il gorgonzola come se l’avesse appena fatto lui, con una soddisfazione orgogliosa che annunciava il piacere del cliente. In quell’osteria mi sono sentito grande per la prima volta, quando Giordano a mezzanotte abbassò la saracinesca e mi imbandì gratis la tavola, pur di parlare con me di suo figlio, che portava i capelli lunghi come i miei, e non voleva parlarne. In quell’osteria ho visto sfilare le generazioni del mio piazzale, e ho in mente una galleria di tipi che sembra uscita da qualche romanzo di Steinbeck, o di Faulkner, in certe ore e anni più duri. E’ stato un piccolo mondo che è rimasto fermo, quando in mezzo tutto cambiava: era un piazzale di scaricatori del mercato ortofrutticolo e di immigrati meridionali, adesso è lambito dall’immigrazione africana, e quello che noi chiamavamo il grattacielo ha l’aspetto di una modernità lisa, come la residenza per anziani che ospita al primo piano. Quando ho nostalgia di quel mondo scomparso, vado da Pozzo come per un rito solitario. Non c’è più Giordano, e da più di vent’anni dietro il bancone ci sono tre sorelle gentili – Gianna, Luigina, Armanda, e la loro cognata Loredana- ma il prosciutto e quello che qui chiamiamo “formaggio verde” sono rimasti gli stessi. Gli avventori sono invecchiati con il locale, e sono –siamo- un po’ fuori dal tempo anche loro. Altrove sono sorte nuove osterie, e c’è perfino un comitato che le difende. Ma sono, in genere, imitazioni. Come i basti dei buoi e le ruote dei carri negli agritur: quando il mondo contadino cita se stesso, vuol dire che è finito. Se chiuderà, Pozzo, che fine faranno quegli scaffali, e quel mobile frigorifero che campeggia come un altare nella saletta ? Quando me lo sono chiesto, ho scrollato le spalle, è come quando mi chiedo che fine faranno, dopo di me, tanti ricordi inutili, tanti oggetti che hanno un significato solo per me, dopo di me. C’è una sola cosa che vorrei fosse conservata, dell’osteria Pozzo. Il gradino di ingresso, in pietra. Ha una curva insolita, sembra una piccola “u” scolpita da tanti passi, fieri o incerti, allegri o pensierosi. Tante scarpe sobrie o ubriache hanno varcato quella soglia, fino a lasciare una specie di impronta collettiva, lucidando e consumando la pietra. Tanti passi perduti, di gente che non c’è più, ma ha lasciato una traccia indelebile di sé. Ne avessi l’autorità, in mezzo a tanti monumenti inutili, salverei quel gradino, lo piazzerei in mezzo all’inevitabile rotonda che ha cambiato la geografia del piazzale, come un cippo di memoria minore. Nessun taglio di nastro, solo un brindisi a tutto quello che scompare.