Lettera dalla Collina 2 di Toni Capuozzo
Ho passato tutto il giorno al valico di Erez, quello che collega a nord la striscia di Gaza con Israele. Una lunga attesa, accompagnata dal ronzio dei droni, per guardare in faccia i duecento e più palestinesi cui è stato consentito di lasciare la striscia perchè in possesso di un passaporto straniero. Ad attenderli, mentre passavano la lunga trafila dei controlli, una teoria di pullman e molte macchine del corpo diplomatico. Palestinesi con passaporto canadese, o russo, o filippino, a seconda delle mogli sposate, delle università frequentate, delle piccole loro storie personali nel vortice grande della globalizzazione e in quello piccolo e tumultuoso della Striscia. Tra le prime sono uscite dall’edificio quattro suore. Né loro, né le famiglie che si sono succedute avevano l’aria esausta e disperata che un cronista è abituato ad aspettarsi in queste situazioni. Anzi, il fatto che avessero messo a loro disposizione dei carrelli per trasportare i bagagli contribuiva ad assegnar alla scena un sapore diverso, quasi un aeroporto di seconda categoria, non fosse stato per il fatto che ogni tanto, oltre il confine echeggiavano scambi di colpi d’arma da fuoco automatiche. Quasi nessuno ha voluto rilasciare dichiarazioni, come per un riguardo al paese che li lascia passare, o come per un timore che, alle loro spalle, qualcuno apprendesse del loro gettare la spugna: sono usciti in silenzio, senza applausi e senza fischi, senza sorrisi e senza pianti, solo qualche rapido cenno di saluto. Naturalmente, vista da questa collina, la guerra non è il genocidio dei cardinali dalle parole infedeli alla realtà, e neanche la limpida operazione chirurgica che altri vorrebbero: è la realtà possibile, che comprende i colpi che, durante la tregua di tre ore, avrebbero ucciso l’autista di un convoglio umanitario, e le facce che ho visto stanotte alla tivù israeliana: una casa di gaza con i militari israeliani, i civili seduti radunati al piano terra , ma non spaventati né sconvolti, e quasi sollevati dal fatto che se gli israeliani erano dentro, non sarebbero stati bersaglio di altro. O quei volti di donne in coda al mercato, durante la pausa, che sorridevano, sottraendosi all’obbiettivo. La guerra è molte cose insieme, che spesso mal si conciliano con ogni propaganda. E’ anche molte notizie insieme: i raid aerei nella notte contro i tunnel del contrabbando d’armi che non hanno fatto vittime, perché, prima, erano planati i volantini che invitavano la popolazione a lasciare l’area. O i dodici passanti feriti a Gaza, da un’incursione contro tre militanti della jhad, rimasti uccisi, che però secondo le stesse fonti palestinesi, si erano arroccati a fianco di un ospedale. O la notizia, poco appetibile per le propagande, dei morti per mano amica, tra i palestinesi. Nessuno ha dati certi ma dall’inizio dl conflitto vi sarebbero state tra le 40 e le 80 esecuzioni sommarie messe in atto dai miliziani di Hamas. Tra le vittime presunti collaborazionisti di Israele, militanti di Fatah, e “criminali comuni”. Questi ultimi comprendono sciacalli sorpresi a rubare nelle case abbandonate o speculatori sui prezzi dei generi alimentari, secondo l’inflessibile e atroce moralità dei fondamentalisti. Tra i militanti di Fatah, ha assicurato un membro di Hamas, c’erano solo quello che avevano espresso pubblicamente la loro gioia per l’intervento israeliano, arrivando a distribuire dolci ai vicini. Nei film chi esce da un assedio solleva le braccia al cielo, bacia il suolo, o maledisce e urla disperazione. Oggi a Erez i duecentocinquanta sono usciti con un’aria normale, di basso profilo. Ma quello che si lasciano alle spalle non è il film dei buoni e dei cattivi, semplice e con fine certo, che piace al pubblico.